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Spettacolo e Cultura * 15-Tempo-03 venerdì 16 aprile 2010
Spettacolo e Cultura
DALLA LIBRERIA DI CARLOTTA
IL TEMPO… PER LEGGERE
a cura di Carlotta Pistone

CLARE E IL SUO FUTURO IN HENRY. HENRY E IL SUO FUTURO IN CLARE
Brani scelti da “La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo”, di Audrey Niffenegger

INDIFFERENZA, SOLITUDINE, AFFLIZIONE: TRE PERSONAGGI
Brani scelti da “Gli ultimi giorni”, di Raymond Queneau

DIRETTAMENTE DALLA PENNA DI JULES VERNE, ALCUNE RIGHE DEL ROMANZO
Brani scelti da “Il giro del mondo in 80 giorni”, di Jules Verne

FANTASMA D’AMORE: UNA PASSIONE OLTRE I LIMITI DEL TEMPO
a cura di Diletta Gatti

L’ATTORE .. CHE PAZIENZA!
di Alessandra Basile

PASSO, RESPIRO, COLPO DI SCOPA
di Giuliana Dea

IL TEMPO DELLA LETTERATURA E DEL CINEMA
di Federica Flisio

IL TEMPO FILOSOFICO
di Marco Menna


         
 
INDIFFERENZA, SOLITUDINE, AFFLIZIONE: TRE PERSONAGGI
Brani scelti da “Gli ultimi giorni”, di Raymond Queneau

a cura di Carlotta Pistone



L’INDIFFERENZA DI ALFRED, IL BARMAN


Ho molti clienti, vecchi e giovani, uomini e donne, grossi e mingherlini, civili e soldati. All’inizio dell’anno c’è un po’ di ricambio, alcuni studenti partono, altri arrivano, dei vecchi muoiono, dei giovani invecchiano. Quando arriva il mese di gennaio, sono, per così dire, sempre gli stessi che arrivano ai miei tavoli. Quest’anno ci sono parecchi gruppi di giovani che si incontrano qui con regolarità. Alcuni si occupano di politica, altri s’interessano di letteratura, e ci sono poi quelli che parlano di sport e si donne; è sempre così, ogni anno; qualsiasi cosa succeda, ogni specie è rappresentata. […] Quest’anno sarà così? Bene! Il prossimo anno sarà tutto uguale. […] E poi, ci sono i vecchi, quelli che vengono da quindicine d’anni e dài e dài hanno preso le loro abitudini. E poi, ci sono anche le donne. Alcune sono delle pollastrelle che i loro amici portano qui; sono schedate e non fanno molti affari. Se io fossi una donna e cadessi nella miseria e nella prostituzione, garantito che non verrei a scalcagnarmi i tacchi a spillo nel quartiere; non rende abbastanza. […]
Quest’anno, c’è una cosa che trovo strana. Nessuno di quei giovani ha ancora fondato una rivista. Credo proprio che sia la prima volta. Se ne ho viste fondare, di riviste! Ma ho sentito dire che fatti del genere non capitano più nel quartiere e che la gioventù al passo coi tempi, la gioventù che se ne intende, non bazzica più da queste parti neanche per idea e preferisce quartieri più eccentrici. Insomma, affari loro; veder fondare o no delle riviste, a me, capirete, non fa né caldo né freddo. […]
Ecco, arrivano e c’è movimento. Arrivano giovani, vecchi, uomini, donne, grossi, mingherlini, civili, soldati. Io, gli porto da bere. Quel che sento, quel che vedo, non cambia di una virgola quel che penso. Ho già visto tutto. Quel che sento, quel che vedo, non è affar mio. Io gli porto da bere e faccio i miei calcoli.


LA SOLITUDINE DEL GIOVANE TUQUEDENNE

Fu un’estate orribile. Per quattro mesi, Tuquedenne restò solo a Parigi. Era solo. […]
Di luglio, Tuquedenne non serbò alcun ricordo. […] Gli sembrò che ci fosse stato un mese nullo nella sua vita, trenta giorni che l’oblio aveva svuotato come sciacalli raschiano gli occhi del bestiame morto. Così svanì luglio, inghiottito dal nulla.
Il mese d’agosto ebbe una consistenza maggiore, ma la sua consistenza fu fatta solamente di disperazione. Tuquedenne acquistò coscienza della propria solitudine, ma non si rendeva conto che essa era così atroce solo perché non riusciva ad afferrare nemmeno la propria presenza. […]
Il mese di ottobre portava un bel sole nuovo nuovo. Vincent Toquedenne continuava a sprecare tempo. Continuava a non pensare a nulla. Lasciava che ogni sua ammirazione si sgretolasse e giudicava con occhio asciutto la testa dei grand’uomini, morti o in vita. […] Non ci furono più eroi per lui. Tutti i giorni tornava a cenare dai genitori, che abitavano in Rue de la Convention. Si trovò di nuovo solo dinnanzi a se stesso. Attorno a lui giacevano alcune macerie. La sua vita continuava a essere calma e amara. Tese a rassomigliare a quelle macerie.


L’AFFLIZIONE DEL VECCHIO TOLUT

Tolut risalì Boulevard Saint-Michel fino alla Gare de Port-Royal. Faceva caldo e aveva fatto una partita a biliardo con Brabbant, l’ultima della stagione. Passò il 91. faceva veramente caldo. Tolut attraversò la strada e si sedette alla terrazza della Brasserie de l’observatoire. Abitava in una pensione familiare molto tranquilla vicino all’osservatorio. Brabbant partiva per un viaggio e sarebbe rientrato solo nel mese di ottobre. Brennuire se ne andava in vacanza a Dinard con i figli. Tolut rimaneva solo a Parigi. La strada, pesante di caldo, odorava di polvere e sterco. Tolut guardava le cose e le persone passare senza pensare troppo a quelle cose e a quelle persone. Cercò di ricordarsi da quanto tempo conoscesse Brabbant e fece dei conti con le dita. Cercava dei punti si riferimento per ritrovare la data. Scavava nel passato, come un tarlo, ma dietro di lui il passato si era indurito e non riusciva ad aprirsi un varco. […] In ogni caso, conosceva certamente Brabbant da parecchi anni. Un buon giocatore di biliardo, riteneva, ma non così forte come lui. Tolut non riusciva a capire come mai ultimamente non fosse più riuscito a vincere una sola partita. Aveva preso un’abitudine, quella di battere Brabbant; e ora gli toccava cambiarla e abituarsi alle sconfitte. Nulla gli era più sgradevole. Stava smettendo di trovare il suo compagno così simpatico, e bevve un’altra birra, perché faceva eccezionalmente caldo. Passò il 91, pieno. Era la fine della giornata e del lavoro. Tolut pensò che si era proprio guadagnato la pensione e che aveva dietro di sé una vita di onore, lavoro e coscienza professionale, che i suoi superiori non avevano apprezzato nel suo giusto valore, ma di cui lui poteva essere orgoglioso. […] da quando non era più professore, provava un rimorso, vago dapprima, ma che era andato precisandosi ogni giorni di più. Lui che, per anni e anni, aveva insegnato geografia, non aveva mai viaggiato. Quella che dapprima era stata solamente una curiosa constatazione era alla fine diventata una terribile certezza. All’inizio pensava a viaggiare solo per se stesso, per compensare anni d’immobilità. Ma finì per considerarlo un abuso di fiducia e una truffa di cui erano state vittime migliaia di ragazzini e genitori. La sua non era una vita di onore, lavoro e coscienza professionale, ma una vita di imbroglio e menzogna. […] Ah, se avesse viaggiato come Brabbant! Brabbant sembrava conoscere tutti i paesi, tutte le città; in ogni momento della conversazione, si metteva in mostra con il ricordo di qualche terra lontana. In quali posti al mondo non era stato! Tolut lo invidiava e, ora che l’altro lo batteva a biliardo, ne era geloso. […] Brabbant, Brennuire, che cosa avevano da rimproverarsi? Conoscevano il loro mestiere, loro. Lui non conosceva il proprio. Pagò le birre a scappò. […]
Nella pensione familiare in cui abitava, le ore dei pasti erano molto regolari. Si cenava alle 7,30. Alle 7,25 si sedette davanti al suo coperto. Alcuni pensionati stavano già srotolando i tovaglioli. Gli altri stavano arrivando, a unità o a dozzine. La signora padrona sorvegliava la distribuzione dei posti. Alle 7,30, ebbero inizio le operazioni.

         
 

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