Intervista a Roberto Saporito

L'autore di Generazione di perplessi parla su MRS della sua brillante raccolta di racconti e dei suoi precedenti libri

di Andrea Tonetti

Pubblicato venerdì, 27 maggio 2011

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Courtesy of Edizioni della Sera
Generazione di Perplessi è una raccolta di 19 racconti. Questa selezione è frutto di un lavoro più ampio o dovevano essere 19 fin dall'inizio?                                                    
In verità sono racconti scritti negli ultimi dieci anni e sono stati scelti per temi comuni, per personaggi ricorrenti, perché insieme funzionano quasi come un corpo unico (il poeta Gianni Montieri in una recensione al mio libro ha detto che si leggono come se fossero i capitoli di un unico romanzo). Il racconto più “vecchio” è del 1999 e il più recente di meno di due mesi fa, ma tutti aventi per protagonisti personaggi “perplessi” nei confronti della vita, personaggi, in un modo o nell’altro, esistenzialmente inadeguati.

Da dove hai tratto ispirazione per i tuoi racconti e, soprattutto, per i personaggi che li popolano?                                                                                                               
L’ispirazione arriva molto spesso da dove non te l’aspetti, da particolari insignificanti che osservi, che ascolti, che ti raccontano. Io di solito la trovo camminando per la città (mi considero una sorta di “flaneur metropolitano”), senza meta, osservando, appunto, le persone, i loro atteggiamenti, i loro discorsi (mi ritrovo spesso a “spiare” la gente nei caffé, sul treno, in aereo) ma anche gli oggetti, le “cose” che fanno parte della vita di tutti quanti.


In più di un racconto appare uno scrittore rifiutato da un editore o maltrattato da un critico che compie la sua vendetta in modo più o meno violento. Hai voluto vendicare un po' tutti gli scrittori o hai portato un po' della tua personale esperienza?                                                                                        
Io, specialmente all’inizio, ho collezionato molti rifiuti editoriali, ma quello che racconto è sempre finzione narrativa, è tutto inventato, frutto delle cose che so più che dei fatti che mi capitano veramente. Nelle mie storie l’autobiografismo (quando e se c’è) è sempre incidentale, mai premeditato: racconto le storie che alle mie orecchie suonano bene, non fatti veri. Racconto finzione, non realtà.

Come mai appare in vari momenti un maggiolino bianco?                                        
Un’altra delle “benzine” che alimentano le mie narrazioni sono le mie ossessioni: è stato così col mio primo libro di racconti dove l’ossessione era l’Harley-Davidson, ed è continuata con il surf del mio primo romanzo “Anche i lupi mannari fanno surf”, il terrorismo italiano degli anni settanta del romanzo “Millenovecentosettantasette / Fantasmi Armati” fino a questo mio ultimo libro di racconti “Generazione di perplessi” dove, una delle ossessioni, è proprio il Maggiolino VW, che ricorre in molte delle storie narrate: che poi fa anche parte di quegli elementi  ricorrenti dei miei libri, sorta di “feticci”, come certe marche di moda (tipo Prada o Armani) o certe città (Parigi, New York, la Costa Azzurra e la Provenza, le “mie” Langhe piemontesi), o la musica o l’arte contemporanea.

Pensi che esistano situazioni anche paradossali come quelle che hai narrato nei tuoi racconti?                                                                                                                         
Penso che ne esistano di molto più paradossali, solo che di solito noi vediamo unicamente il risultato finale degli accadimenti, raramente conosciamo i veri particolari che trasformano, appunto. una tragedia in una situazione paradossale, al limite dell’incredibile. Che è poi la differenza tra la realtà e la cronaca.

C'è qualche scrittore particolare a cui ti ispiri? Personalmente ho letto alcuni passaggi che mi hanno ricordato vari tra i miei scrittori preferiti ma non dirò nulla lasciando a te la parola.                                                                                                                                   
Più che ispirarmi a particolari scrittori ho degli autori che ho letto e leggo più volentieri e che probabilmente in qualche modo mi hanno anche influenzato, anche se essendo loro così diversi è possibile che il mio modo di scrivere ne costituisca una sorta di summa, creando, spero, uno stile mio, in qualche modo riconoscibile. Comunque i miei scrittori di riferimento sono, in ordine sparso: Philip Roth, Don DeLillo, Milan Kundera, Michel Houellebecq, Breat Easton Ellis, Pier Vittorio Tondelli, Marcel Proust, Ernest Hemingway, Franz Kafka, Raymond Carver, Charles Bukowski, Emmanuel Carrère.

Quale percorso hai intrapreso per giungere dove sei ora?                                          
Scrivo in maniera consapevole dalla metà degli anni ottanta, negli anni novanta ho cominciato a pubblicare i miei primi racconti su varie Riviste Letterarie (come Fernandel, Addictions, Kult, M – Rivista del Mistero e molte altre); il mio primo libro di racconti “Harley-Davidson” è del 1996, il mio primo romanzo “Anche i lupi mannari fanno surf” è del 2002 e l’ultimo (il quinto) dal titolo “Il rumore della terra che gira”, è uscito a settembre 2010.

Cosa significa per te essere scrittore?                                                                        
Significa fare quello che avrei sempre voluto fare, significa fare una cosa che non è una forzatura (difficilmente ti obbligano a fare lo scrittore) ma, al contrario, una cosa naturale: scrivo perché non posso farne a meno, e non è una cosa che dico tanto per dire, che ne so, perché suona bene, o fa figo, ma perché è la verità: è così, punto. Sono un “raccontatore” di storie e la forma scritta è l’unica che conosco.

3 aggettivi per definire l'Italia e gli italiani.                                                                       
Ti dico solo questo: presi singolarmente gli italiani sono (spesso, ma chiaramente non sempre) persone interessanti (ognuno a modo suo), ma in gruppo diventano pericolosi, sempre alla ricerca di qualcuno da idolatrare oppure da odiare.

Libro e autore della vita.                                                                                                   
Uno è poco, quindi almeno sei: “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera, “Lamento di Portnoy” di Philip Roth, “Meno di zero” di Bret Easton Ellis, “Rumore bianco” di Don DeLillo, “Il giovane Holden” di J.D. Salinger e “Estensione del dominio della lotta” di Michel Houellebecq.

Il tuo rapporto con la politica?                                                                               
Conflittuale: i suoi attuali “apparati” me la rendono sempre meno “simpatica”.

Una città in cui vivere e lavorare.                                                                                  
Parigi (dove trascorro una settimana un anno sì e uno no), ma anche il sud della Francia, dove sono state scritte molte delle mie storie.

Progetti per il futuro?                                                                                                         
La pubblicazione di due romanzi, uno dovrebbe uscire a febbraio o marzo 2012 con Perdisa Pop (l’editore del mio ultimo romanzo “Il rumore della terra che gira”) ed è una storia di scrittori, di ragazze in fuga, di scuole di scrittura creativa e in generale del mondo editoriale italiano, ma raccontato “a modo mio”. E uno nel corso del 2013 (sempre con Perdisa Pop), romanzo nel quale ritornano i personaggi di tre miei precedenti libri.


Leggi anche la recensione della racconta di racconti in DALLA LIBRERIA ROSA SHOKKING
Tag:  Generazione di perplessi, Roberto Saporito, Edizioni della sera, racconti, società, mostri

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