Maureen Dowd: Una guida per ragazze per viaggiare in Arabia Saudita

Un articolo provocatorio/critica del mondo arabo, pubblicato dall’opinionista del New York Times per Vanity Fair

di Silvia Menini

Pubblicato lunedi, 26 luglio 2010

Rating: 4.1 Voti: 23
Vota:
Stampa Mail Bookmark Ingrandisci Rimpicciolisci

Maureen Dowd è un’opinionista del The New York Times e vanta un curriculum eccezionale soprattutto considerando l’ambiente difficile e competitivo in cui è riuscita ad inserirsi egregiamente. La sua carriera presso il quotidiano newyorkese è iniziata nel 1983 prima come reporter metropolitana, diventando solamente nel 1995 Op-Ed.
Nel 1999 ha vinto il premio Pulizer grazie ai suoi pezzi sullo scandalo Clinton-Monica Lewinsky.

Maureen, sul numero di agosto di Vanity Fair US, ha dedicato un articolo/guida a tutte le ragazze che si avventurano in Arabia Saudita, raccontando in prima persona la sua esplorazione di questo paese, teatro di un turismo sempre maggiore ma che, a detta sua, cresce a ritmi molto lenti se considerato da una prospettiva femminile. Il suo articolo ha creato non poche polemiche, più che altro sul tono usato e sull’atteggiamento forse poco rispettoso nei confronti del paese che l’ha accolta come turista.

L’Arabia Saudita è sicuramente un paese che si sta aprendo al turismo, ma è altrettanto vero che è un turismo educato e rispettoso delle tradizioni del paese, oltre che di alto livello. È uno stato islamico dove il corano fa da costituzione, l’alcol è severamente vietato e anche le donne occidentali devono coprirsi alla stessa maniera delle donne saudite, essere scortate da un uomo, senza la possibilità di guidare loro stesse un’auto.

Con tale premessa, è lecito capire la perplessità di Maureen, quando si domanda se l’Arabia Saudita rappresenta veramente un perfetto luogo di vacanza. Ma per testare direttamente l’esperienza ha deciso di cogliere al volo questa irresistibile opportunità, ed è partita alla scoperta dell’Arabia Saudita. “L’unica cosa più rinvigorente dei 10 giorni in Saudi Arabia,” scrive “sarebbero 10 giorni là da donna”, ma nel frattempo ha giocato a fare la turista, ammirando il panorama e mettendo a dura prova i limiti dell’ospitalità Saudita con comportamenti poco graditi alla mentalità ancora fortemente maschilista.

L’articolo intitolato “A Girls’ Guide to Saudi Arabia” è risultato per una parte un racconto di viaggio e per l’altra una lezione di storia, con un pizzico di sprint in più. Dowd esplora la natura chiusa, storicamente “velata” del posto, e ancora ben lontana da una trasformazione moderna, citando le tappe fondamentali che l’hanno aiutata ad avvicinarsi al progresso: come l’entrata nel paese delle grandi compagnie petrolifere solamente negli anni trenta grazie alla necessità creata dalla Grande Depressione, con l’elettricità diffusa solo a partire dagli anni cinquanta; la schiavitù abolita solamente negli anni sessanta, mentre le restrizioni per le donne rimangono tutt’ora severe.

Dowd racconta che, quando è arrivata al suo hotel a Riyadh, ha trovato in omaggio un abaya che, lei dice, “ti fa assomigliare ad una mummia e ti fa sentire come in un forno”. Da qui è iniziata la sua missione: forzare le regole ordinando cibo nella sezione maschile dei ristoranti o bevendo un caffè da Starbucks, incurante di non essere nella parte del locale a lei riservata. Infine, si è fatta fotografare durante una giornata passata sulla spiaggia del mar Rosso, sorridente e trionfante nel suo Burquini (una sorta di muta che
ricorda il burka ma fatto appositamente per la spiaggia), descritto dalla stessa Dowd come “un vestito integrale che ricorda la mise olimpionica di Apolo Ohno, o il modo di vestire di Woody Allen quando si vestì da spermatozoo”.

Lo spirito giornalistico ha comunque avuto la meglio e non si è tolta il piacere di intervistare degli eminenti sauditi che hanno orgogliosamente spiegato come la società saudita stia inesorabilmente cambiando e che stia facendo dei passi da gigante verso una trasformazione radicale. Dowd risulta però scettica verso questo loro entusiamo, commentando che in realtà tali cambiamenti, per chi osserva dall’esterno, non sono percettibili. Forse però è anche vero che, per una società che è rimasta chiusa nel suo guscio di regole e repressioni, un piccolo gesto vale molto di più e segna sicuramente un inizio di quello che può essere un cambiamento verso il progresso culturale.


Tag:  Arabia Saudita, Vanity Fair, Maureen Dowd, Turismo, burkini

Commenti

27-07-2010 - 13:23:00 - Feminin88
Credo che nascere in arabia saudita, come nella maggior parte haimè, dei paesi musulmani, sia una delle cose peggiori che possa capitare ad una donna oggi....ogni volta che leggo questi articoli, ringrazio di essere italiana, nonostante i problemi che oggettivamente abbiamo....
09-08-2010 - 23:19:00 - anonimo
musilmani giu le mani ? ma cosa dite??? iznotaproblem!!!!!!!!!!!!!!capisci?
31-10-2010 - 13:14:00 - Annina
Dear anonymous friend, "Io Capisco benissimo". Maybe it's you that don't understand what the article is about.. the sentence you wrote " Musulmani giù le mani" is not part of this article at all!! Life is all a matter of respect and freedom.. and "one person freedom stops where someone else freedom starts". Muslim's way to consider freedom It's quite a peculiar one.. because A muslim woman that lives in a "not muslim" country should be free to wear chador, or burka, ( I think that it this is her choice and if she likes it, it's her own business) but why a not muslim woman that visit a muslim country should be forced to wear something she will never wear out of her own will?? this is a ridiculous way to intend freedom. I'm very sorry for you if you don't see the point.
01-04-2014 - 16:46:16 - Ava
Deve essere bello essere donne in quel posto di merda come doveva essere divertente essere ebrei a Monaco nel 1938. O neri in Alabama nel 1961. Stesso spasso.
Di' la tua


Le foto presenti sul sito di Mondo Rosa Shokking sono prese in larga parte da Internet e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione,
non avranno che da segnalarlo alla redazione che provvederà prontamente alla rimozione delle immagini utilizzate

Testata giornalistica registrata. Registrazione numero 379 del 17 giugno 2008 presso il Tribunale di Milano Direttore Responsabile Stefano Martignoni