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UNO SGUARDO SULLE DONNE IN PALESTINA venerdì 16 aprile 2010
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UNO SGUARDO SULLE DONNE IN PALESTINA: ESSERE E APPARIRE- culture, tradizioni, differenze e stereotipi.

 

Intervista a Suheir Farraj, direttrice esecutiva dell’organizzazione Women, media and development a Betlemme.

Di V.F. Casco bianco in Israele-Palestina

 

 

Incontro Suheir Farraj nel suo ufficio di Betlemme. Un caldo sole già estivo entra dalla finestra e illumina questa donna bella ed elegante. Un giubbino di pelle, il trucco acceso sugli occhi verdi e profondi. Una femminilità che mi sorprende e che abbatte il pregiudizio con cui ero entrata nel suo ufficio. So poco di lei. So che ha circa 35 anni e che nell’aprile del 1987, durante la Prima Intifada, è stata arrestata per 40 giorni. (http://www.alternativenews.org/content/view/1289/88/)

 

Ma non sono qui per parlare di quella sua esperienza. In questo momento mi interessa la Ong ci cui è direttrice esecutiva dall’anno della fondazione, il 2004: TAM- Women, Media and Development. http://www.tam-media.org/english/home.htm Dopo un anno di lavoro non retribuito, con l’aiuto di una volontaria francese e un amico esperto di contabilità e di ricerca fondi, ora il progetto ha preso piede e si pone un obiettivo molto importante: promuovere un cambiamento della condizione della donna e dell’immagine che delle donne si ha attraverso i media locali in Palestina.

 

Suheir, parlami del progetto “Women, media and development”. Come è nata l’idea, quali erano le motivazioni di partenza e le tue motivazioni personali?

 

Il progetto è nato insieme ad altre 6 persone. Eravamo un uomo e sei donne, provenienti da tutta la West Bank. In quel periodo stavamo lavorando a un progetto che doveva coordinare varie associazioni sul tema della rappresentanza femminile alle elezioni. Ci siamo trovati a condividere i nostri bagagli di competenze, tutti legati al mondo della comunicazione.

 

Durante il lavoro ci siamo resi conto che tutte le attività che portavamo avanti individualmente seppure molto importanti finivano con l’essere sempre rivolte a un gruppo ristretto di persone. Ci siamo resi conto che per dare il via a un cambiamento significativo della condizione femminile occorreva sfruttare la portata dei media. Non si può pensare di cambiare la condizione delle donne senza tenere in considerazione tutto il contesto in cui essa si inserisce. Non si può lavorare solo con le donne per promuovere i diritti. Significherebbe aiutarle nell’educazione e nella formazione, aiutarle a capire e ad essere capite, ma poi tornate a casa, affronterebbero sempre la stessa situazione. Invece lavorando su diversi fronti, coinvolgendo ogni aspetto della vita, si possono raggiungere cambiamenti più significativi.

 

Leggendo le vostre brochure e il vostro sito internet mi sembra che uno dei punti chiave del vostro progetto sia quella di “formare” chi lavora nei media ad avere un’attenzione alle c.d. tematiche di genere.

 

 Lavorando con chi lavora nei media cerchiamo di fornire sia una preparazione tecnica che una etica. Quindi da una parte insegniamo a girare video, a montare, a scrivere i testi e tutte quelle competenze che servono per acquisire una professionalità in questo campo. Ma dall’altra parte organizziamo corsi su “donne e media”, “diritti umani e media”, “democrazia e media”. Tutti i nostri corsi devono avere almeno il 70 % di partecipanti donne. Uno degli obiettivi è quello di incrementare il numero di donne che lavorano nei media, soprattutto nelle televisioni locali. Negli ultimi due anni abbiamo iniziato a portare avanti anche progetti per scardinare l’immagine comune che delle donne veniva offerta nei principali media. Per questo scopo è nato il progetto “Women Oral History”: 22 film che parlano di modelli femminili alternativi agli stereotipi.

 

Quali sono i principali stereotipi da eliminare nella società palestinese e a quale cambiamento vorreste dare vita?

Lo stereotipo più classico è quello della donna debole, che si prende cura della casa e che certo non si mette a fare politica. Anche nei casi in cui è lei la vera colonna portante della casa, magari quella che porta i soldi, è anche colei che rimane nell’ombra e che ha sempre bisogno di qualcuno che la guidi.

Per quello che ho visto girando l’Europa, quanto a stereotipi da voi le cose non sono molto diverse. Ma c’è una differenza, forse data anche dalla situazione politica: le donne hanno maggiore possibilità di muoversi, di viaggiare, di scegliere la loro vita.

 

 

A Jenin e Nablus (due città, particolarmente conservatrici, a nord della West Bank ndr) ho notato che dopo una certa ora non si vedono donne per strada. Credi che, anche se in parte, gli stereotipi sulle donne contengano un elemento di verità?

 

Sicuramente non si può prescindere dal discorso “tradizionale”: un miscuglio di religione e cultura. Sicuramente da queste parti la famiglia è il nucleo relazionale principale. Una ragazza non può avere un ragazzo, deve arrivare vergine al matrimonio, e la tutela di tutto questo preoccupa molto i familiari. Il più delle volte, anche nelle famiglie più aperte, una ragazza viene tenuta in casa come se si volesse proteggerla, preservarla. La società circostante crea una certa pressione: “Stai attenta, non partecipare alle manifestazioni, non giocare in strada…”

 

E cosa succede qualche volta? Perché ci sono donne diverse, che si emancipano di più, che fanno politica?

 

La maggioranza delle donne non sono come me. Non si può dire che la maggioranza delle donne palestinesi siano forti sul piano politico o sul piano economico. Certo ci sono molte donne che lavorano, in tutti gli ambiti, nel sociale, come insegnanti o anche nell’agricoltura. Non tutte sono spinte da ideali e approcci di tipo femminista, molte preferiscono concentrare le loro energie nella famiglia. Nella maggior parte dei casi ci sono donne che stanno a casa, come mogli, madri, casalinghe. Sono più legate alla tradizione e mandano avanti la famiglia. E magari si scontrano con un marito che non le lascia uscire. Esistono anche casi di donne che sono docenti universitarie ma poi hanno un marito che controlla completamente la loro vita.

 

Sembrerebbe una società molto conservatrice e tradizionale. E’ sempre stato così?

 

No. Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’90 era tutto diverso. Diciamo da prima della Prima Intifada e fino al periodo immediatamente successivo. C’erano molte più donne attiviste, con un peso politico molto maggiore rispetto ad adesso.Dopo gli accordi di Oslo e il fallimento del processo di pace tutto ha iniziato a scivolare in un clima di depressione. Molti uomini si sono reinventati, trovando anche nuovi lavori, le donne hanno visto il loro ruolo bloccato e sono tornate a casa. I gruppi di donne più forti si sono organizzati secondo modelli femministi, le altre non avevano più voglia di fare nulla, non credevano più in niente. Poi nel 2000 con la Seconda Intifada tutto è cambiato ulteriormente. La situazione è diventata più conservatrice, si è diffuso un approccio sempre più religioso. La spiegazione è semplice, una società, ogni società, quando ha tanti problemi, dall’occupazione alla vita di tutti i giorni tende a rifugiarsi in qualcos’altro e ad affidarsi a dio. Si comincia a dire “Dio vuole così, dio è l’unico che può aiutarci”. E su questo fronte tutto il movimento religioso internazionale è cresciuto. Non solo l’Islam. Anche il Cattolicesimo. Tutte le religioni.

 

A lavorare qui siete 3 uomini e 5 donne. Credi che ci siano differenze tra uomini e donne?

Non ci sono differenze. Non siamo un’ organizzazione per le donne, e la situazione non si può cambiare se si rimane solo tra donne. Isolandosi non si ottengono risultati. Bisogna riuscire a cambiare la mentalità di tutti. L’altro giorno all’Università di Betlemme abbiamo mostrato uno dei nostri film e avviato alcune discussioni. Uno studente mi ha detto: “le donne possono ottenere qualunque cosa, possono scegliere.” Dopo che gli ho risposto un altro studente ha detto: “potrebbe essere la Presidente…”, alla domanda di una studentessa: “Perché no?” quello ha risposto: “Sì, così poi quando chiedono dov’è la presidente bisogna dire “no scusate sta partorendo””…

A quel punto gli ho fatto i nomi di tutti i presidenti e i sovrani che sono stati in ospedale per parecchi mesi o anni, per cancri o altre malattie. Lo stesso Arafat è stato uno di questi. E il re dell’Arabia Saudita e Hussein di Giordania…Così perché una donna non può stare 3 o 4 mesi in maternità? E’ la stessa cosa. Inoltre se costruissimo il nostro paese come un sistema funzionale non sarebbe nemmeno un problema se il Presidente fosse presente o meno. Certo se tutto è incentrato sulla figura individuale del presidente che conduce tutto è ovvio che tutto entra in crisi con una presidente in maternità.

 

Questo sul piano politico. E sul piano sociale?

A volte è davvero molto utile se è un uomo a introdurre determinate questioni nell’ambiente che lo circonda. Per carità, io vado lo stesso nei villaggi anche se gli uomini non si fidano di me. Ma il modo che hanno di trattare con una donna è diverso, molto distante dalla loro mentalità. E’ invece molto positivo riuscire a presentare i nostri progetti grazie a un uomo che piace agli altri uomini. Per esempio, mio cognato lavora nell’agricoltura, ma nello stesso tempo è di mentalità veramente aperta e sostiene le donne. Lavora in un’area estremamente conservatrice. Ci ha aiutati spesso a convincere gli altri uomini a lasciare che le loro donne seguissero i nostri corsi, partecipassero alle attività. Gli altri uomini si fidano di lui quando dice “E’ molto importante che le donne partecipino, ne trarrai benefici anche tu”.

Insomma, qualche volta giochiamo su questi elementi.

 

Grazie per avermi raccontato il tuo progetto. Ti faccio solo un’ultima domanda: qual è la tua visione del conflitto israelo-palestinese. Hai speranza? Cosa pensi che sia mancato fino adesso?

 

Credo che sia mancata una maggiore apertura, la capacità di restare maggiormente con i piedi per terra, pensando in modo più concreto. Non servono sogni. Per me la soluzione “due stati” è un sogno. Ma non sarà mai abbastanza forte. L’unica soluzione, certo non facile e sicuramente lontana, per avere una situazione pacifica è dare vita a un solo stato democratico. Come l’Italia, o qualunque altro posto. Dove tutti siano uguali, con gli stessi diritti di libertà, di movimento, di vita, di religione o di non religione. Questa è l’unica possibilità, l’unica soluzione se vogliamo un futuro migliore per i giovani e per le prossime generazioni. Quello che mi rende triste è che l’Europa e gli Stati Uniti non lascino costruire uno stato come i loro, ma preferiscano forzare la mano e premere per uno stato ebraico e uno stato arabo. In questo modo si crea lo scontro. Perché?

 

 

 

Video: Palestinian Women in Media- donne giornaliste a Gaza- servizio Al Alam tv iraniana http://www.youtube.com/watch?v=kmm8QeZ2txU

 

 

Alcuni video del progetto “Women, media and development”

http://www.tam-media.org/english/video.htm

 

         



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