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Donne e professioni Le pioniere dell’architettura venerdì 16 aprile 2010
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Donne e professioni

Le pioniere dell’architettura

Di Benedetta Dubini


Per lungo tempo, quella dell’Architetto è stata considerata una professione prettamente maschile: vi era una difficoltà oggettiva per la donna, almeno fino a cinquanta anni fa, nel seguire, gestire e controllare le complesse e difficili fasi di un qualsiasi processo progettuale e il controllo del cantiere.

 

La donna deve obbedire.” Scriveva Benito Mussolini nel 1927. “Essa è analitica, non sintetica. Ha forse mai fatto l’architettura in tutti questi secoli? Le dica di costruirmi una capanna non dico un tempio! Non lo può. Essa è estranea all’architettura, che è sintesi di tutte le arti, e ciò è simbolo del suo destino”.

 

Negli anni Ottanta si faceva fatica a trovare progettisti di sesso femminile tra i più noti professionisti del mondo. Se pensiamo alle donne dei nostri tempi che hanno raggiunto la maturità e la notorietà, sono pochi i nomi che immediatamente ci vengono in mente: Gae Aulenti, Anna Ferrieri Castelli, Cini Boeri e Franca Helg che affiancava Franco Albini.

 

Come mai vengono in mente così pochi nomi di donne architetto rispetto a quegli degli uomini? Eppure in quegli anni di donne se ne vedevano alla facoltà Architettura, negli studi professionali e nei cantieri e di lì a poco, nei primi anni Novanta, si sarebbe anche verificato il cosiddetto “sorpasso rosa”, come lo hanno chiamato i giornali del periodo:più donne che uomini tra gli iscritti alle facoltà di Architettura e più in generale all’Università italiana.

 

La prima laureata in Europa ci porta in Finlandia e pare proprio essere Signe Hornborg (1862-1916) che si laurea a Helsinki nel 1890 e inizia a lavorare quasi subito autonomamente, occupandosi di progettazione di residenze ed edifici ad uso sociale.


Nello stesso anno, negli Stati Uniti, si laurea al Massachusetts Institute of Technology Sophia Hayden (1868-1953) prima donna ad ottenere questo risultato. Vincitrice del concorso per il Palazzo delle Donneper l’Esposizione Universale di Chicago del 1892-93: un edificio bianco a tre piani ispirato al Rinascimento italiano con archi e terrazze con colonne. Come premio vince una somma che si aggira tra i 1000 e i1500 dollari (le somme elargite ai suoi colleghi maschi sono da 3 a 10 volte superiori!). Viene premiata “per la delicatezza di stile, il gusto artistico e per l’eleganza della hall interna”. Secondo i critici è "un’opera graziosa, timida e gentile in cui la conoscenza dei materiali è dimostrata,ma nulla a che fare con la grandiosità dell’opera dei suoi colleghi". Dopo l’Esposizione il suo edificio viene completamente distrutto, mentre le altre opere vincitrici progettate dai suoi colleghi vengono smontate e ricostruite altrove. Frustrata per questo trattamento, si ritira definitivamente dal mondo dall’architettura e si narra che sia stato un esaurimento nervoso a farla smettere e questo, dicono i più, “dimostral’inadeguatezza delle donne nei confronti del mestiere dell’architetto”.


In Germania, Emilie Winkelmann (1875-1951) studia inizialmente carpenteria e poi frequenta l’Università di Hannover dal 1901 al 1905. È la prima donna a studiare architettura ed è anche tra i progettisti più noti in Germania nel periodo che precede
la prima guerra mondiale. Dal 1908 ha un proprio studio di architettura a Berlino con 15 collaboratori.


Nello stesso Paese, agli inizi del secolo, c’è anche Lilly Reich (1885-1947) che nel 1920 è la prima donna ad essere eletta nel direttivo del Deutsche Werkbund diventando responsabile dell’allestimento delle grandi esposizioni da esso promosso.Lavora con Mies van der Rohe con il quale condivide un’intensa e duratura esperienza professionale. È lei che inventa la disciplina dell’exhibition design.


Nel 1918, in Austria, troviamo Margarete Schütte-Lihotzky (1897-2000) che si diploma proprio in questo anno alla Scuola Professionale d’Arte di Vienna in una delle due sezioni di architettura. Scuola che frequenta non essendo permesso alle donne accedere alle accademie e alle scuole politecniche.
L’accesso sarà infatti liberalizzato nel 1920. Progettista e militante politica, fa parte del gruppo che negli anni Venti lavora al progetto delle nuove città dell'Unione Sovietica. Inventrice nel 1926 della “cucina di Francoforte”, prototipo della cucina componibile che ancora utilizziamo, si è dedicata alla costruzione di case in particolare per donne sole e con figli e alla realizzazioni di edifici scolastici ed educativi di cui disegna anche i mobili.


In Francia, molte sono le progettiste che si formano alla Scuola d’Arte, due donne in particolare vanno ricordate: La prima è Eileen Gray (1878-1976) irlandese d’origine ma francese d’adozione. Figura indipendente e riservata, con il suo lavoro si oppone agli eccessi di una certa cultura progettuale da lei stessa considerata "troppo razionale e intellettuale" più vicina al dogma, al piacere della retorica e dell'autocelebrazione, alla pura ricerca stilistica che alla vita.


La seconda figura è Charlotte Perriand (1903-1999) nota per la sua collaborazione con Le Corbusier e molto meno nota per il suo importante contributo alla storia del progetto d'interni e del design dell'oggetto d'uso e per il dialogo continuo che è stata in grado dicreare tra Occidente e Oriente, a partire dalla sua missione in Giappone nel 1940.


Tra il 1920 e il 1930 i nomi di donne architetto si fanno sempre più numerosi, relativamente al fatto che l’architettura rimane nella convinzione della stragrande maggioranza della società:“una professione da uomini”. Si trovano donne progettiste in Russia,nel paesi del Nord Europa, in Svizzera, molte negli Stati Uniti. Per esempio, è la russa Gina Averbuch (1909 -1977) la prima donna a costruire a Tel Aviv una sinagoga nel 1960.

 

In Italia, la ricerca sulle pioniere si fa più difficile per vari e diversi motivi: per il disinteresse che molti storici e insegnanti hanno lungamente manifestato nei confronti di questa parte della storia,  perché per molto tempo c’è stata l’abitudine di non scrivere per esteso il nome del progettista e il più delle volte non si riesce a capisce se dietro alla qualifica di "architetto" puntato si nasconde una donna o un uomo, e anche perché ci sono state donne che hannoscelto di restare nell'anonimato lavorando al fianco dei loro mariti titolari dello studio o all'interno di gruppi.
Le "architettrici" come venivano chiamate negli anni Venti le donne impegnate nel campo della progettazione.


A Milano, nel 1928, incontriamo le prime due laureate nella sezione speciale per architetti della Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Milano: Carla Maria Bassi, classe 1906, di cui si conosce solo un edificio per uffici e appartamenti a Milano (sede della Cassa diRisparmio) ed Elvira Luigia Morassi, classe 1903, la quale ha prevalentemente lavorato alla progettazione d’interni, attività iniziata nello studio di Ponti e Lancia a Milano quando era ancora studentessa.


La prima laurea femminile italiana in architettura è quella di Elena Luzzatto (1900-1983) che nel 1925 conclude gli studi alla Regia Scuola Superiore di Architettura di Roma (fondata nel 1919), con una tesi su un sanatorio a Como. Nel 1926 un anno dopo la laurea inizia progettare e a realizzare scuole, chiese, mercati, e a condurre restauri per conto dell'Ufficio di Progettazione del Governatorato di Roma. Partecipa a molti concorsi, anche all’estero, molti dei quali li vince. Lavora sia autonomamente che con il marito l’ing. Felice Romoli. Nel 1944 si aggiudica il Concorso per il Cimitero monumentale di Roma. Tra le sue opere ancora oggi si può vedere l’imponente mercato di piazza Principe di Napoli a Roma tutt'ora in funzione. Dal 1958 al 1964 è capogruppo all’Istituto INA-CASA per la realizzazioni dicase popolari in Abruzzo, Sicilia, Sardegna, Puglia.


Un’altra progettista è Annarella Luzzato Gabrielli, madre di Elena Luzzato, indicata altempo come “un architetto di successo", e che dagli annali dellaRegia Scuola Superiore di Architettura di Roma risulta essersi laureata due anni dopo della figlia.


Lascia stupiti il numero di progetti documentati (cinquanta in dieci anni, fino al 1935) realizzati dalla romana Attilia Travaglio Vaglieri (1891-1969), tra questi: palazzi per abitazione, piani urbanistici, impianti sportivi e ricreativi in puro stile littorio,
architetture per il Medio Oriente. Nel 1929 vince il Concorso Internazionale per il Museo greco-romano di Alessandria d’Egitto ma poiché donna non le viene assegnato il premio in rispetto delle leggi musulmane. Quasi nulla si sa del suo percorso di studi ma quello che è certo è che compare tra i documenti e giornali del periodo annoverata tra le prime e più affermate professioniste del 1920-1930


Bisogna poi aspettare fino al 1938 prima di trovare altre donne laureate, per la precisione M. Teresa Antolini, Paola Morabini, e, nel 1939, Achillina Bo, conosciuta come Lina Bo Bardi (1914-1992). Dopo la laurea a Roma con una tesi su un edificio per ragazze madri, inizia una intensa attività editoriale a Milano dove è una delle fondatrici del MSA (Movimento Studi Architettura).
Nel 1946 si trasferisce con il marito, l’architetto Pietro Bardi, in Brasile, Paese che sceglie come propria terra. Tra le sue opere più importanti: diversi musei, tra i quali il Museo d'Arte di San Paolo-MASP (1957-68); la Casa de Vidro (1951), il centro sociale
SESC Pompéia di San Paolo (1977), il piano di recupero del Pelourinho, Salvador, Bahia (1986-89), il nuovo Municipio di SanPaolo (1990).


Poco si è scritto sul fatto che, alla IV Esposizione Biennale delle Arti Decorative ed Industriali di Monza del 1930 e in seguito allaV Triennale di Milano del 1933, accanto alla celebre “Casa elettrica”del Gruppo 7 fosse esposta la “Casa del dopolavorista” un’abitazione monofamiliare a un piano, interamente progettata e arredata da Luisa Lovarini nata a Taranto nel 1900, diplomata all’Accademia di Belle Arti di Bologna e impiegata nell’Ufficio Progettazione dell’Opera Nazionale Dopolavoro, il massimo Istituto creato dal Governo nazionale fascista per l’assistenza ai lavoratori. La casa viene accolta con grande interesse poiché si tratta "… di un piccolo gioiello di
praticità, di buon gusto e di prezzo minimo" scrive all'epoca Lidia Morelli.


A Torino, nel 1938, conclude gli studi alla Regia Scuola Superiore di
Architettura (istituita nel 1929) Ada Bursi (1906-1996),
assistente di Giovanni Muzio, che svolge la sua attività di progettista in modo continuativo: dalla ricostruzione alla crescita urbana degli anni Settanta. Lavora all’Ufficio Tecnico della Città di Torino e progetta residenze, edifici scolastici, si occupa di arredo urbano e lavora al restauro degli edifici storici.


Nel 1930, a Napoli, la Scuola Superiore di Architettura si trasforma in Regio Istituto Superiore di Architettura. L'anno successivo si laurea Stefania Filo Speziale, nata nel 1905, che nel 1932 si iscrive all'Ordine degli Architetti di Napoli e ottiene il numero di matricola n°36. Progetta giardini pubblici, sanatori, e nel 1937 partecipa alla realizzazione della Mostra delle Terre Italiane d'Oltremare a Napoli voluta da Benito Mussolini, di cui progetta l'ingresso nord, diversi padiglioni e aree di servizio. I nomi qui elencati, sono solo alcuni esempi delle donne che per
prime hanno studiato architettura e hanno cominciato a lavorare nel mondo della progettazione, altri ancora potrebbero
emergere dall'oblio nel quale sono state lasciati. Del resto, chi
l'avrebbe detto che in Italia tra le due guerre, proprio
in quel periodo in cui si teorizzava al mondo l'incapacità delle donne a fare architettura, vi erano donne che l'architettura la facevano davvero?

         



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