Sara J. Henry: L’intervista

Abbiamo scambiato due chiacchiere con l’autrice di Tutto quello che facciamo per amore

di Silvia Menini

Pubblicato martedi, 5 novembre 2013

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Courtesy of Giunti
Come e perché hai deciso di scrivere questo libro? Cosa ti ha ispirata?
Ho sempre sognato di scrivere un romanzo e, subito dopo un trasloco (a Nashville, Tennessee), ho cominciato a frequentare per la prima volta un corso di scrittura. Con altri scrittori abbiamo formato un piccolo gruppetto, e così è nato il romanzo. Poi, avere qualcuno che ogni settimana leggesse i capitoli, mi ha dato la capacità e la spinta di cui avevo bisogno per portarlo a termine.

Quanto tempo hai passato a scrivere il romanzo? A quali difficoltà sei andata incontro?
L’ho finito abbastanza in fretta non appena ho iniziato a consegnare i capitoli ai miei compagni di gruppo e a un mio amico e vicino di casa. La difficoltà maggiore riguardava alcune parti che non andavano bene ma non sapevo come sistemarle. Questo romanzo è rimasto per molto tempo dentro un cassetto. Poi, dopo aver partecipato a una conferenza sulla scrittura, ho capito che avrei dovuto imparare a riscriverlo (a editarlo) per renderlo migliore, anche nel caso di una mancata pubblicazione. Questo è quello che ho fatto durante le cinque settimane in cui ho fatto un cambio di casa con un vicino, a Sidney, in Australia, subito dopo essermi rotta un piede e aver subito un intervento. Non poteva capitarmi un’occasione migliore per applicarmi nella riscrittura!

Come evolve il personaggio di Tracy?
Mi piace pensare che lei evolva come essere umano, come amica, come donna. Lei vive come relegata in clausura nella sua confortevole quotidianità in una città molto piccola, tenendo la maggior parte delle persone a debita distanza. E all’inizio non comprende (o forse non ammette) cosa le manchi nella vita. 

Cosa rappresenta Paul nel romanzo? E per Tracy? E perché la relazione tra Tracy e Philippe non evolve come ogni lettore si sarebbe invece aspettato?
Paul risveglia chiaramente un istinto materno in Tracy, penso che le insegni l’amore altruistico, disinteressato. Lei si prende infatti dei rischi e fa per Paul cose che mai avrebbe fatto per se stessa. Ha modo così di crescere molto durante questo processo.
Non so come la relazione tra Tracy e Philippe sarebbe potuta evolvere diversamente, a causa di Paul stesso, e di altri motivi. (Ma ci sarà un sequel, con entrambi, Paul e Philippe!)

Parlando di te:

Cosa significa per te essere scrittrice?
In un certo senso, è tutto ciò che so fare e che sono. In un modo o in un altro ho sempre scritto fin da quando ho imparato a mettere insieme lettere per formare parole su un foglio. Si tratta tanto di una forma di auto-espressione quanto di un metodo per avvicinarmi alle persone.

Qual è la cosa migliore nell’essere una scrittrice? E la peggiore?
Scrivere è di per sé la cosa migliore e quella peggiore. Quando tutto va bene, è la migliore; e quando non va, è la peggiore. Penso che per molti scrittori esista un punto in cui il romanzo appare talmente terribile, da fargli credere che non piacerà a nessuno.

Qualche consiglio per chi vorrebbe seguire il tuo esempio?
Leggete molti libri. Scrivete senza guardare indietro – almeno non all’inizio. Poi imparate a rivedere, più e più volte, se necessario. Imparate a digerire le critiche, e a giudicare quali sono valide e quali no. (Spesso le persone ritengono che qualcosa vada bene leggendo solo un capitolo o una sezione, ma poi non sanno spiegare esattamente di cosa si tratti. Dovete imparare a interpretare le loro reazioni).

Quali erano le sfide a cui sei andata incontro nel pubblicare il tuo libro?
Personalmente la cosa peggiore che mi sia capitata è stata di aver dovuto cambiare editore prima dell’uscita del libro. Ma questo rappresenta un piccolo problema rispetto a quelli in cui incappano parecchi scrittori. L’editoria ha subito molti cambiamenti negli ultimi anni.

Un progetto per il futuro.
Il secondo romanzo di questa serie, A cold and lonely place, è appena uscito  negli Stati Uniti, e sto attualmente scrivendo il terzo, dal titolo provvisorio A quiet sort of hero.
Tag:  Tutto quello che facciamo per amore, Sara J. Henry, Giunti, intervista

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