Intervista a Valentina Cebeni

Abbiamo fatto qualche domanda all’autrice di L’ultimo battito del cuore

di Silvia Menini

Pubblicato venerdì, 29 novembre 2013

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Valentina Cebeni
Come e perché hai deciso di scrivere questo libro? Cosa ti ha ispirata?
Ho deciso di scrivere L’ultimo battito del cuore per tradurre in parole un malessere che mi portavo dentro da un po’. Avevo voglia e bisogno di scrivere una storia romantica, sì, ma anche decadente, che desse voce alla malinconia che lasciano sulla pelle certe giornate di pioggia, quando il cielo è una tavola d’acciaio e niente ti consola, e così ho iniziato a comporre la storia. Quanto all’ispirazione, invece, è sempre complicato spiegare da dove provenga; arriva da un suono, una suggestione, il dipinto visto in una mostra cinque anni prima e tornato di colpo vivido nella mente dopo aver guardato uno spot insignificante in televisione; le mie giornate, e ne sono felicissima, sono piene di “madeleines”.

Quanto tempo hai passato a scrivere il romanzo? A quali difficoltà sei andata incontro?
Può sembrare paradossale, ma il tempo che ho impiegato per la prima stesura è stato la metà di quello impiegato per la correzione. D’altra parte, però, credo sia un processo normale; la scrittura è un insieme di progettazione e istinto, o almeno lo è per me, perciò capita che in prima stesura mi lasci prendere la mano, ma poi, quando tutto è finito, torno indietro e sistemo le imperfezioni sulle quali ho sorvolato. Nel caso de L’ultimo battito del cuore, però, non ho incontrato particolari difficoltà; la storia si snoda su un unico piano temporale, e ha una struttura tale che consente di concentrarsi maggiormente sui personaggi, che sì, loro richiedono e hanno richiesto molta attenzione e cura. Forse è stato proprio questo l’aspetto più complesso da gestire: tornire le personalità delle diverse anime di questa storia.

Come evolve il personaggio di Penelope?
Penelope è un personaggio a cui sono molto affezionata. Lei è una donna che, come suggerisce il suo nome, sembra trascorrere la vita ad aspettare: aspetta di avere una vera famiglia, un tetto stabile sulla testa, una madre che sia “socialmente accettabile”. In sostanza aspetta solo di essere amata, e quando perde l’amore che ha trovato in Adam aspetta solo di morire, si rinchiude in un bozzolo da cui osservare il mondo, ma la vita non le concede tregua e lei è costretta a rimettersi in piedi e fare i conti con se stessa. Da qui l’inizio di un processo lungo e doloroso, che passa attraverso le incomprensioni con Addison, sino all’accettazione e alla riscoperta, o forse è più giusto definirla conoscenza vera e profonda, della donna che è e che vuole diventare. Penelope in fondo è tutte noi donne, una creatura in continuo mutamento, mai uguale a se stessa.

Cosa rappresentano Ryan e Addison nel romanzo? E per Penelope? Come evolve la relazione tra di loro e con la protagonista?
Addison e Ryan sono un’occasione mancata, un rapporto che si è incrinato e non è riuscito a riprendersi. I Walker sono una coppia innamorata, continuano a esserlo anche dopo l’incidente di Ryan, ma le difficoltà li hanno allontanati e non sanno più come ritrovarsi. Sono il riflesso di tante coppie di oggi, che non riescono a trovare nelle difficoltà la forza per diventare quel cemento di cui un matrimonio ha bisogno per mantenersi saldo e si sfaldano, ma per Penelope è ancora diverso. Lei guarda a Ryan e Addison come a un affronto alla felicità di cui lei si è sentita derubata dopo la morte di Adam. Vede nel matrimonio della sorella mancanze imperdonabili, solitudini per le quali in una coppia che si ama non ci dovrebbe essere spazio, eppure cerca di mantenere le distanze. Nella prima parte del romanzo Penelope ha un rapporto piuttosto distaccato con entrambe, lei cerca in tutti i modi di non farsi coinvolgere in dinamiche familiari che non capisce e non accetta, ma fallisce. A poco a poco si sentirà invischiata sempre più nel matrimonio della sorella e sempre più vicina al dolore del cognato, con il quale condivide il lutto del cuore, seppure Ryan, a differenza sua, può ancora riconquistare la donna che ama. Ma Penelope, avvicinandosi sempre più a loro, rischierà di smarrirsi.

Come mai hai ambientato il tuo romanzo fuori Italia?
Ho deciso di ambientare il romanzo nel Kent, in quanto appartengo alla scuola di pensiero secondo cui è preferibile e più stimolante scrivere di realtà lontane dalle proprie. A mio avviso Emily Brontë ha scritto il più bel romanzo d’amore di tutti i tempi, eppure è morta nubile e senza mai aver conosciuto i palpiti del cuore, ma nessuno, dopo aver letto Cime tempestose, ci crederebbe!

Parlando di te:

Cosa significa per te essere scrittrice?
Scrivere per me è tutto, è la malattia e la cura per una vita che non è mai abbastanza, ma da qui a definirmi una scrittrice il salto è davvero troppo lungo. Sono cresciuta leggendo i grandi maestri della letteratura, in particolare russi e francesi, perciò con un termine di paragone simile è molto difficile poter anche solo pensare di far parte della categoria. Per ora mi ritengo una “portatrice sana” di storie, ma ho voglia di mettermi alla prova e affinare la penna.

Qual è la cosa migliore di essere una scrittrice? Qual è la peggiore?
Scrivere è un privilegio, un regalo della vita, o per chi crede, di Dio. Ti consente di guardare l’animo umano attraverso il buco della serratura, dare voce alle storie che ci si porta dentro, che si incontrano mentre sei in coda alla posta e ti chiedono di essere raccontate. Ritengo che il foglio sia uno spazio bianco da riempire di paure, fantasie, aspirazioni e sogni inconfessabili. È il porto franco dell’anima, ma questo è anche il suo limite, perché spesso chi scrive ha una sensibilità molto pronunciata e complessa, che raramente le persone riescono a percepire in tutta la sua profondità. E non per chissà quale mancanza, piuttosto perché gli scrittori sono personaggi costantemente insoddisfatti, complicati, lunatici, solitari, vagamente sopportabili e con una spiccata propensione all’infelicità. Sono creature impossibili da sopportare per chiunque abbia un po’ di buonsenso, ma credo che Herman Hesse abbia sintetizzato perfettamente quanto cerco di spiegare: “Un bravo artista è destinato ad essere infelice nella vita: ogni volta che ha fame e apre il suo sacco, vi trova dentro solo perle."

Qualche consiglio per chi vorrebbe seguire il tuo esempio?
Leggere, leggere, leggere. E scrivere con costanza, tutti i giorni, perché la scrittura è anche disciplina. Chi vuole raccontare storie deve guardare a se stesso come a un monaco, o se si preferisce un atleta; si possono avere tutte le doti fisiche e il talento del mondo, ma ci vogliono applicazione e metodo per approdare a un risultato.

Quali erano le sfide a cui sei andata incontro nel pubblicare il tuo libro?
Quelle con cui deve misurarsi qualsiasi esordiente: decine di rifiuti e qualche “falso positivo”, ma quella senza dubbio più difficile da superare è sopravvivere a se stessi, alla voglia di lasciar perdere tutto quando la ruota non gira. Per me la ruota è rimasta ferma per molto, molto tempo, ma nel momento in ha iniziato a muoversi tutta la frustrazione è svanita, lasciando il posto alla felicità per il traguardo raggiunto. Auguro a tutti gli esordienti di vivere questo momento.

Un progetto per il futuro
Diventare una scrittrice!
Tag:  L’ultimo battito del cuore, Valentina Cebeni, Giunti, perdita, matrimonio, Kent

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