Cristina Bottigella ci racconta del primo centro per donne in Palestina

Il Bait al Karama, la Casa della Dignità, e il primo convivio Slow Food della Palestina

di Silvia Menini

Pubblicato mercoledì, 2 novembre 2011

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Photo Courtesy of Beatrice Catanzaro
Nel cuore della Città Vecchia di Nablus una scuola di cucina  verrà aperta e gestita da sole donne, con l'obiettivo di insegnare le specialità palestinesi ai turisti buongustai.
Ma non è solo questo. La scuola infatti è parte di un progetto ben più ampio che si è già concretizzato in un centro sociale e culturale: Bait al KARAMA, che significa Casa della Dignità, e rappresenta anche il primo convivio Slow Food della Palestina.
 
Abbiamo intervistato Cristiana Bottigella che ci ha dato qualche informazione aggiuntiva su questo interessantissimo progetto.
 

In cosa consiste il progetto?
Bait al KARAMA (Casa della Dignità) è il primo centro per donne nel cuore della Città Vecchia di Nablus e intende combinare un'impresa sociale improntata sulla cultura culinaria palestinese con attività di ricerca artistica e storico-culinaria. La gestione a impresa sociale ha come obiettivi la creazione di posti di lavoro per le donne che vivono nella Città Vecchia. Si tratta per lo più di donne che hanno subito traumi e perdite durante e dopo la seconda Intifada, i cui mariti, figli e fratelli sono morti o in prigione.Bait al KARAMA è inoltre il primo Convivio Slow Food di Nablus e ospiterà la prima scuola internazionale di cucina Palestinese interamente gestita da donne.
 
Come è nata l’idea?
Il progetto nasce dalla constatazione che la cucina Palestinese è scarsamente conosciuta e rappresentata sia nel Medio Oriente che in Occidente, pur offrendo una varietà incredibile di piatti e specialità della cucina araba. Nablus, città un tempo al crocevia delle rotte commerciali tra Oriente e Occidente, è stata dimora di alcune delle famiglie più benestanti del Paese che hanno sostenuto lo sviluppo di una 'cucina alta'. Ancora oggi offre piatti interessanti nati dall'incontro di spezie, carni e verdure provenienti da paesi lontani. I dessert, in particolare, rappresentano l'apice di questa tradizione, come la Knafeh, esportata e copiata in tutto il mondo arabo.
 
Cosa si prefigge?
Il cibo e la tradizione culinaria fanno oggi parte della ricchezza di Nablus e rappresentano un elemento su cui si innesta l'orgoglio cittadino. Nell'insegnare e trasmettere questo patrimonio ai partecipanti ai corsi, le donne avranno la possibilità di condividere questo orgoglio e di stabilire una relazione paritaria con i visitatori stranieri. La scuola contribuirà alla costruzione e alla diffusione di un'immagine positiva di Nablus come città ricca di cultura, storia e tradizione, al di là dello stereotipo classico del conflitto Israelo-Palestinese.
 
Ci parli di te in poche righe?
Ho lavorato per dieci anni alla Fondazione Pistoletto di Biella dove mi occupavo principalmente del programma internazionale di residenza per artisti e creativi. Lì ho conosciuto e lavorato con decine di artisti impegnati in progetti culturali con un forte impatto sociale. Tra questi molti venivano da Israele e dalla Palestina, una realtà politico-culturale che mi ha sempre interessato molto. Nel 2009 mi sono trasferita a Londra con la mia famiglia e per un anno mi sono dedicata ad una ricerca sulle imprese sociali in ambito culturale. Ora lavoro come free-lance in project management e fundraising.
 
Se dico CIBO, cosa ti viene in mente?
Mi viene in mente mia nonna, che ancora oggi, a 84 anni, passa la giornata in cucina a preparare il pranzo per tutta la famiglia! E' il suo modo per tenerci uniti, per avere ogni giorno l'occasione di confrontarsi con le nuove generazioni e trasmettere dei valori. Il cibo in fondo è tutto questo, un'opportunità per stare insieme e anche un veicolo per conoscere chi siamo e da dove veniamo. E' uno strumento di analisi storico-antropologica eccezionale.
 
Un progetto per il futuro?
Be’, il mio progetto 'nel cassetto' è quello di aprire un ristorante a Londra che funzioni come impresa sociale, il cui obiettivo dovrebbe essere quello di supportare progetti artistici e culturali.
Il mio compagno è chef e restaurant manager, quindi chissà...

 
E' possibile contribuire con una donazione al progetto Bait al Karama contattando Cristiana Bottigella a baitalkarama@gmail.com o attraverso www.eppela.com
 
Per chi volesse seguire il progetto ecco il LINK del BLOG
 
Tag:  Cristiana Bottigella, Bait al Karama, Palestina, Slow Food, donne, cibo, cultura, migrazione,

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